Il mio Viaggio con l’Ayahuasca in Perù

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Ayahuasca

Bisogna approcciarsi alla medicina con rispetto”.

questo dicono gli sciamani ayahuasqueros prima della toma dell’ayahuasca.

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Esistono al mondo esperienze che ti cambiano dentro, molto più di qualsiasi paesaggio mozzafiato o città lontana. Durante il viaggio in Sud America, ho incontrato qualcosa che non avevo previsto di cercare, ma che ha lasciato un segno profondo: ho partecipato a una cerimonia di ayahuasca. Non era solo curiosità, ma il desiderio di esplorare anche territori interiori, quelli invisibili, dove spesso si nascondono ferite non guarite e verità che facciamo fatica ad ascoltare.

L’ayahuasca è un’antica bevanda preparata con piante amazzoniche, usata da generazioni di sciamani per entrare in contatto con il mondo spirituale e favorire momenti di introspezione intensa. Viene ancora oggi utilizzata in rituali sacri con l’intento di portare guarigione emotiva e consapevolezza. È bene sapere che in Italia l’uso di questa sostanza è vietato, ma in alcune parti del mondo è parte integrante di pratiche culturali profonde e rispettate.

Durante queste cerimonie, chi partecipa lo fa spesso con uno scopo personale: affrontare dolori del passato, malesseri interiori o semplicemente il bisogno di capire sé stesso più a fondo. L’esperienza può portare visioni molto forti, rivelazioni simboliche, o far emergere emozioni dimenticate. Non è sempre facile: talvolta si affrontano momenti intensi, sia sul piano emotivo che mentale.

Fisicamente, la reazione del corpo è potente. Si parla spesso di vomito, nausea, sudorazione, perfino diarrea. Ma tutto questo viene visto come parte del processo di purificazione: l’ayahuasca agisce come una “pulizia” profonda, liberando il corpo e la mente da ciò che li appesantisce. È un viaggio interiore che può riportarti a momenti difficili della tua vita, ma anche offrirti una nuova luce per affrontarli.

Disclaimer importante: questa è un’esperienza personale e molto soggettiva, che non vuole in alcun modo incoraggiare o promuovere l’uso di sostanze illegali o potenzialmente pericolose. L’ayahuasca va considerata con grande rispetto e consapevolezza, e non è adatta a tutti. Prima di avvicinarsi a questo tipo di pratiche è fondamentale informarsi bene, valutare i rischi, e farlo solo in contesti legali e sicuri, accompagnati da sciamani esperti.

***

La parola Ayahuasca deriva dalla lingua quechua: dove “aya” vuol dire morte e “huasca” liana, con il significato di “liana che permette il contatto con il mondo degli spiriti, degli antenati”.

Ma che cos’è davvero l’Ayahuasca? E quali effetti ha sul nostro corpo? L’ayahuasca non è altro che un decotto generato dall’ebollizione per diverse ore della liana Banisteriopsis caapi con le foglie di una seconda pianta, la Psychotria viridis, entrambe proventi dalla foresta amazzonica. Il mix non è casuale: una contiene DMT e l’altra sostanze che ne permettono l’assorbimento. Questo composto ha, in noi, effetti sia psicotropi che purganti. 

Ma l’ayahuasca non è un narcotico, come forse è più comodo far pensare, in quanto il suo componente principale è, come anticipato, la DMT, la stessa sostanza prodotta nel cervello umano dalla ghiandola pineale ogni notte, durante la fase REM del sonno. Quindi, questa sostanza è in realtà qualcosa che già conosciamo e che il nostro stesso corpo produce autonomamente, dalla nascita fino a 24 ore dopo il decesso.

Al di là di cosa l’ayahuasca sia, forse è più importante capire a cosa serve, e perché si decide di provare qualcosa di così potente. L’intento di una cerimonia è indirizzato alla guarigione, alla riscoperta spirituale e alla purificazione interiore.

Una cerimonia di Ayahuasca può essere l’esperienza più bella e rigenerante o la più dura terrificante, nella vita di una persona.


In questo articolo ti racconto la mia esperienza senza filtri con l’ayahuasca, la medicina sacra dell’Amazonia, che ho vissuto durante il viaggio in Perù.

Avevo sentito tanto parlare di queste cerimonie, tenute da sciamani, di notte, in capanne di paglia nel mezzo della foresta amazzonica. Avevo letto di sofferenza, di vomito, di allucinazioni, ma anche di rinascita, di consapevolezza, di pulizia interiore. Sì, avevo letto, ne ero affascinata, ma capivo davvero o ero solo convinta di farlo, mentre spulciavo articoli che divoravo in serie, comodamente seduta sul divano di casa? La risposta l’ho avuta qualche mese dopo, e la realtà è che non avevo capito assolutamente niente.

Prima della partenza per il viaggio in solitaria in Sudamerica, mentre ero al lavoro in una calda sera di metà giugno, stavo abbozzando l’itinerario e cercando info online su qualche esperienza un po’ unconventional da inserire tra un trekking a Machu Picchu e una giornata al salar de Uyuni. Proprio in quel momento, un flash. Prendo il telefono e mando un audio Quella amica, l’unica con cui condivido in anteprima programmi strampalati prima ancora di capire quanto pessima possa essere l’idea di metterli in pratica. Lei, quella che risponde a tutte le mie idee più folli con: “devi farlo. Io non lo farei mai ma tu devi farlo”.

“Lilla, voglio partecipare a una cerimonia di Ayahuasca in Perù”

“Ludo, quando penso che tu non possa fare di più, puntualmente, tu lo fai”.

Da quella sera non ho mai smesso di pensarci. Volevo farlo davvero o volevo solo spingermi oltre? Ci ho pensato tantissimo. Per giorni.

Poi, dopo aver trovato l’Ayahuasca retreat che faceva al caso mio, una sciamana ayahuasquera che volutamente ho scelto donna, all’improvviso, era fatta. Avevo prenotato la cerimonia.

Nei mesi a seguire, prima della partenza, ho avuto milioni di ripensamenti…vivevo il pensiero di questa esperienza con un po’ di paura perché da quello che avevo letto e sentito, la medicina ti fa rivivere i tuoi traumi più profondi, si soffre tanto, si piange, e si può materializzare, tramite un’allucinazione, la tua paura più grande. 

La verità? Non avevo proprio paura. Ero terrorizzata.

Ma poi pensavo: voglio davvero che la paura decida per me cosa posso o non posso fare? Voglio davvero privarmi di imparare da qualcosa che non conosco per fifa? No.

Ma questa altalena di sensazioni, up e down continui nell’umore, non mi stavano aiutando, e si sa, la cosa più importante prima di intraprendere una cerimonia del genere è cercare di essere il più sereni possibile, approcciandosi in maniera calma e positiva all’esperienza, senza ansia e stress psicologico, altrimenti si può andare incontro a un vero incubo.  

Un mese dopo, sono partita in direzione Cile, consapevole che, da lì a qualche settimana, avrei vissuto qualcosa di unico, immenso e fuori da ogni schema che la ragione conosce.

Un tipo di viaggio che non mi aspettavo minimamente, stava iniziando.

Prima della cerimonia

Sono partita per la valle sacra degli Inca con una sciamana ayahuasquera, inconsapevole di cosa avrei vissuto da lì a poco.

* durante la cerimonia è vietato l’uso del telefono, le immagini presenti nell’articolo sono state scattate prima dell’inizio.


La regola numero uno, con la medicina (così la chiamano i maestri ayahuasqueros), è di non avere aspettative; ogni individuo vive un’esperienza diversa: c’è chi ha allucinazioni visive, chi soffre, chi ha solo una profonda sensazione di benessere, chi non ha effetti visibili sul momento, insomma, è un terno al lotto, e per questo non si dovrebbe avere alcun tipo di aspettativa. Ma non prendiamoci in giro, può mai essere possibile non averne, quando si decide di provare qualcosa di così forte?

Io Ne avevo tante.

Pensavo avrei avuto delle visioni, forse l’ho presa un po’ come un gioco, un’esperienza da fare una volta nella vita, un qualcosa di autentico che avrei voluto sperimentare ad ogni costo, ma non mi aspettavo minimamente quanto poi, in realtà, è stato.

Prima della cerimonia ci sono delle regole da rispettare affinché vada tutto bene, e la medicina entri in circolo correttamente:

  • Astinenza sessuale per almeno 10 giorni 
  • Una dieta a base vegetale, con prodotti organici, 0 carne, zuccheri, formaggi, sale e ogni tipo di alimento processato o confezionato per 1-2 settimane
  • Divieto di alcol per almeno 10 giorni
  • Nessun tipo di droga (pesante o leggera che sia) per almeno 15 giorni

Seguire queste regole è obbligatorio sia per un migliore assorbimento della medicina, che per dimostrare quanto forte sia la motivazione che spinge a partecipare a una cerimonia. Nella mia esperienza, ho fatto due tomas di medicina durante la cerimonia, e a posteriori posso dire di aver vissuto 7 fasi, tutte diverse e tutte estremamente potenti.


Il giorno della cerimonia: 11 agosto

Sono le 7, mi sveglio piena di energie e di voglia di intraprendere questo percorso.

Non so cosa aspettarmi, sono stati mesi in cui tante volte ho tentennato, ho pensato di non farlo più, idea che si alternava con la voglia di provare questa esperienza così forte, a detta di alcuni.

Sono le 8, mi viene a prendere un uomo; il Caronte tra la mia vita di adesso e quella che potrebbe essere una nuova percezione delle cose, dopo questa giornata . Salgo in auto e ci dirigiamo a Pisac per prelevare la maestra Munay, una delle più rinomate curanderas nella zona, per le cerimonie di Ayahuasca.

Sale in auto, è un tipo molto particolare: capelli sale e pepe arruffati, tatuaggi su mani e braccia non decifrabili e un po’ sbiaditi, esile e piccola, lineamenti del viso molto marcati. Prima di partire, carica tutto in auto: un tamburo gigante, quasi più grande di lei, diverse borse di varie dimensioni, custodie di flauti lunghissimi. Emana buenas vibras. Mi piace. Chiacchieriamo un po’, in maniera superficiale, “di dove sei?” “Sei tranquilla?” “Come ti senti?”.

Poi il silenzio per il resto del viaggio.

Dopo circa un’ora arriviamo al valle sagrado de los incas. Ci sono stata due giorni fa in escursione, riconosco le montagne, il mirador, la bellezza del posto. Sono serena. Dopo una decina di minuti, ci siamo. Dalla strada principale svoltiamo in una stradina secondaria, sterrata, fatta di pietre, difficile da attraversare con l’auto.

Arriviamo nel bel mezzo del nulla, intorno a me solo le montagne, un grande prato, una capanna. Munay scarica le cose e prepara tutto il necessario per la cerimonia nella capanna. Sistema due materassi per terra, delle coperte, cuscini, al centro della capanna un fuoco, spento da poco, probabilmente ieri notte c’è stata un’altra cerimonia. 

Mi domando come sarà stata, cosa avranno provato i partecipanti, che esperienza avranno vissuto.

Lei è pronta.

Anche io lo sono.

Ci sediamo, l’una davanti all’altra, e inizia a praticare dei rituali. Dà fuoco al palo santo, mi viene vicino e mi cosparge il corpo con questo fumo. Serve a purificare l’ambiente, e me. Poi mi dà dell’essenza di lavanda, la mette sul palmo della mano, mi dice di annusarla e di spargerla per il corpo. La vedo armeggiare con un piccolo tronco di legno, fa dei tagli, quello che ne esce lo mette in una pipa. Accende e mi viene vicino, soffiandomi il fumo addosso. Sono un po’ scettica, la mia razionalità estrema mi blocca e un po’ mi viene anche da ridere. Mi mostra delle posizioni per rilassarmi, non ricordo l’esatto nome con cui le ha chiamate. Mi dice che l’esperienza è molto personale, di non avere aspettative perché ognuno vive un viaggio diverso, perché ogni persona è un universo diverso.

Mi dice anche che devo credere nella medicina, abbandonarmi e lasciarmi trasportare. Fa un altro tiro dalla pipa, e butta il fumo all’interno della bottiglia della medicina. Continuo ad essere un po’ restia, ma sono molto serena. Mi porge un bicchierino di legno decorato con disegni di tanti colori, e mi dice di berne il contenuto, appena mi sento pronta. Lo guardo, è un liquido denso, sul marrone, inodore.

Lo butto giù tutto d’un sorso.

Il sapore della medicina non è disgusto come avevo letto e come mi avevano raccontato: è molto dolce, con un retrogusto di liquirizia. Mi sento pronta, ancora scettica, ma rilassata.

Usciamo fuori, ci sediamo sul prato e contempliamo la natura.


Prima fase

Munay inizia a suonare il flauto, in questo momento mi sento incredibilmente tranquilla, in profonda connessione con quanto c’è intorno a me.

Mi stendo sul prato, mi sembra di sprofondare verso il centro della terra. Guardo le montagne e sembra si stiano avvicinando, dolcemente.

Nessun altro effetto se non una sensazione di incredibile di benessere e pace interiore.

Passa del tempo, rientriamo nella capanna e mi stendo sul materasso. Non c’è nessun effetto, penso sia l’ennesima esagerazione di chi ha provato questa medicina, per sentirsi figo nel raccontare un’esperienza mai successa. L’effetto del decotto di solito si manifesta in una ventina di minuti, quando il corpo inizia la fase di digestione.

Ne erano passati circa 40, e nulla, oltre a questa strana sensazione di leggerezza e tranquillità. Inizio a guardare fisso il soffitto, mi ricordo le parole di Munay “devi credere nella medicina affinché la medicina entri dentro di te”.

Decido di lasciarmi andare, di fidarmi, di farmi trasportare e mi abbandono in uno stato di piena tranquillità, chiudo gli occhi.


Seconda fase

Apro gli occhi e Inizio a vedere cose un po’ strane, ma non tali da chiamarle allucinazioni. Munay canta gli Icaros, le melodie della medicina, e suona il tamburo; ha una voce dolcissima, mi sembra che la musica stia uscendo dall’interno della mia testa, non che sia frutto di qualcosa di esterno, fuori da me. Sposto lo sguardo verso l’alto, e la paglia del soffitto della capanna si muove, danza, cambia colore dal giallo al rosso/arancio, si intreccia a ritmo di musica facendo dei giri assurdi. Respiro profondamente, Munay mi chiede se voglio dell’altra medicina, ma dico di no, senza pensarlo davvero, le parole escono da sole.

Non ho nessuna allucinazione, nessuna visione, sono completamente lucida ad occhi aperti, ma al chiuderli mi sento in una dimensione molto più profonda, diversa, non semplice da spiegare.

In quel momento sento, dal nulla, una voce.

La voce mi dice: 

tu vuoi dimostrare a tutti di essere forte. 

Tu non piangi mai. 

Hai troppe lacrime, le vedo tutte qui dentro. 

Devi lasciarle andare via”

Inizio irrazionalmente a piangere, come una bambina. Sento righe di lacrime creare dei solchi sulle guance, e non riesco a dare una motivazione, né a controllarle, scendono e basta, e le sento sul viso come se fossero enormi.

Riesco a percepire il movimento di ogni goccia che si sposta sulla pelle, quasi come una carezza. Allo stesso tempo, provo una profonda sofferenza, ma non sto soffrendo, sento il dolore che si sta smaterializzando dall’interno, che sta uscendo dal mio corpo, ma è difficile spiegarlo.

Provo una sensazione di serenità e libertà, leggerezza mista a dolore, ma non dentro, fuori dal mio corpo, e la vedo. La sento, questa sofferenza, è grande come un macigno, la posso toccare come se fosse un oggetto, ma non ho paura, non sto male, sono serena mentre vivo questo processo. Adesso capisco che mi sto davvero abbandonando alla medicina.

Non vedo niente di strano, se alzo gli occhi c’è la parete della capanna, in alto il soffitto di paglia, è tutto normale.

Chiudo gli occhi e chiedo “alla voce” chi fosse, con chi stessi parlando, e mi dice di chiamarla Mama Ayahuasca.

Da qui inizia un vero dialogo tra me e Mama ayahuasca; cerco di spiegarle le mie sensazioni, le dico che non ce la faccio più a combattere con tutta questa sofferenza, vedo che sta uscendo, la sto cacciando, ma la sento in una maniera troppo profonda e che riesco a toccarla. Come posso liberarmi? Mama ayahuasca mi dice che l’unico modo per liberarmi dalla sofferenza è pulirmi dentro, vomitando via il cattivo, il marcio, ma solo quando mi fossi sentita pronta, lei non mi avrebbe obbligata a farlo, dovevo volerlo io.

È molto dolce, mi sento sicura e libera di vivere questo viaggio senza preoccupazioni.

Le rispondo che sono pronta, apro gli occhi, prendo il secchio che Munay aveva posizionato vicino al materasso, e vomito.

Ma non è una sensazione che ho già provato prima, come quando si vomita dopo aver esagerato con l’alcol dopo una serata, o come per un’intossicazione alimentare; questo vomito è delicato, lo riesco a controllare, e allo stesso tempo è così potente che mi dà la percezione che insieme a lui se ne stia andando tutto il nero che ho dentro, la sofferenza, l’aggressività, la rabbia.

Controllo pienamente la situazione, riesco a gestire il mio stesso vomito, che sento necessario e quasi piacevole.

Mi sento meglio, ma continuo a piangere, ho ancora troppe lacrime che devono uscire. Passa qualche momento, un minuto o un’ora, non sento più Mama Ayahuasca. La chiamo più volte, mi sento abbandonata, lei non mi risponde più.

Passano altri minuti o forse ore, continuo a piangere, e a un certo punto vedo un’immagine di me da bambina, forse 3 o 4 anni, sorridente, bella, bionda e con i cappelli a caschetto, quel taglio alla Fantaghirò che tanto si portava negli anni 90, sul terrazzo di casa, mentre gioco con mia sorella.

La voce mi dice:

 “questa bambina ha una dolcezza e una sensibilità fuori dal normale, va protetta”.

Continuo a piangere, ma cerco di farlo in silenzio, dando le spalle a Munay. Non mi è mai piaciuto far vedere ad altri la mia fragilità e mostrare le mie debolezze, ed è vero, non piango mai.

Adesso sono in posizione fetale, mi sento quella bambina.

Poi un’altra immagine di me, a scuola, alle medie; un po’ sovrappeso, impacciata, con una strana aura, e una timidezza che, oggi, non mi appartiene. La stessa voce dice “hanno calpestato la bambina, non lo meritava.  Le hanno fatto del male”

La voce ripete tantissime volte “hanno calpestato la bambina” e io continuo a piangere sempre più forte, le lacrime escono come una fontana, e non riesco più a controllare i singhiozzi. So che adesso anche Munay sa che sto piangendo, ma non importa più.

Sento ancora tanta sofferenza, ma come se fosse solo fuori da me, non dentro. Munay è lì vicino a me, la sento e la intravedo aprendo una piccola fessura di sguardo. Mi mette addosso una coperta, mi accarezza i capelli, mi bagna la fronte.

Non mi sento spaventata o intimorita, soffro, sento il dolore, ma mi sto liberando, sono serena, come se le lacrime uscendo fuori portassero una nuova vita, mi sto depurando.

Chiedo a Mama Ayahuasca, come posso uscire definitivamente da questo stato di dolore e guarire. Mi dice che quella bambina è stata calpestata, e da quella sofferenza interiore mai portata fuori è partita una scintilla che ha acceso un enorme fuoco, quello che mi arde dentro, quella rabbia che spesso non controllo e indirizzo irrazionalmente solo verso chi amo.

Le chiedo come posso curare la rabbia, come poter guarire e andare oltre, mi risponde che l’unico mezzo per spegnere quell’incendio di rabbia dovuta all’ingiustizia che avevo ricevuto, è l’acqua delle mie lacrime, e devo piangere di più, liberarmi, solo così posso spegnere quel fuoco.

Piango, tanto, non so quanto, continuo a piangere senza neanche più le lacrime. Mi sento meglio.


Terza fase

Passa dell’altro tempo, non so quantificare. Mama Ayahuasca mi parla di nuovo, e mi dice che mi sto muovendo verso una nuova fase, e che adesso che ho spento il fuoco è arrivato il momento del perdono.

Devo perdonare.

E mi appaiono i miei genitori.

Finalmente sto benissimo.

Mi dice che hanno sempre fatto del loro meglio, hanno fatto tutto per me, tutto ciò che era nelle loro possibilità e che mi amano tantissimo, infinitamente. Ricomincio a piangere.

L’immagine successiva sono proprio io, vedo me stessa con i miei stessi occhi, ma dall’esterno, come se non fossi più io, ma una persona diversa. Mama Ayahuasca mi dice che devo perdonare me, sì, mi devo perdonare perché chi mi sta facendo davvero del male sono io, devo accettare quanto mi fosse successo in passato, non colpevolizzarmi, non giudicarmi, non essere severa e cattiva nei miei stessi confronti, perché posso guarire e sanare le ferite solo perdonandomi, questa è l’ultimo passo da completare per poter star bene davvero.

Mi alzo, sto bene, sono serena con una Pace mai provata prima. Tutto intorno mi sembra calmo, lento, e sorrido senza un reale motivo.  La maestra mi chiede se voglio altra medicina, le dico di sì.

Ho ancora troppi dubbi, altre domande da fare a Mama Ayahuasca.

Prendo un altra toma di medicina.


Quarta fase

Inizio a chiamare Mama Ayahuasca, ma non mi risponde. Passa del tempo, forse un minuto forse delle ore. Munay continua a suonare e cantare dolcemente gli Icaros, che fanno muovere i miei pensieri al ritmo lento e morbido delle note della melodia.

Sono serena ma confusa. Perché la voce non mi risponde più? Ho ancora tante cose da chiederle, ed è proprio per questo che ho preso altra medicina, ho bisogno di capire di più! A un certo punto, quando avevo quasi smesso di provare a trovare un contatto, sento di nuovo la sua voce, ma è diversa, è cambiata. Io so che è lei, ma la voce è grossa, dura, fredda. Non è più dolce, comprensiva e materna come poco prima. Mi dice che non devo essere io a chiamarla, ma lei a palesarsi, e che non devo fare domande, ma ciò che devo sapere l’avrei saputo, era lei a indicarmelo.

Non sono io, è lei a decidere.

La sua voce è cambiata tanto. 

Mi dice una frase:

non avevi bisogno di altra medicina, questo è il tuo problema.  Non sai accontentarti, pretendi sempre troppo, da te stessa, dagli altri,  dalle situazioni della vita”

Ed è vero.

Le dico che sono pronta a vomitare, voglio ripulirmi, sono pronta al cambiamento e voglio cacciare via tutto, come prima. Lei, rigida e ferma, mi risponde di no. Non posso avere sempre il potere su tutto e decidere qualsiasi cosa, non tutto è dentro la sfera del mio controllo.

Mi dice che non devo liberarmi, non devo vomitare.

Non è più la voce buona della prima toma, sembra distaccata, sembra arrabbiata con me.

Chiudo gli occhi, e inizio a vedere una figura che ricollego a lei: una volpe nera, dai tratti molto spigolosi, ha il viso triangolare e le orecchie a punta, con occhi verdi scintillanti, che mi fissa dal ramo di un albero, tutto è scuro, buio, avvolto dalle tenebre. L’unico punto di luce sono quegli occhi grandi e color smeraldo, fissi su di me. Riapro gli occhi, forse un po’ per spirito di sopravvivenza, per verificare di non essere in pericolo; è tutto normale nella capanna, capisco che sono al sicuro: è tutto dentro di me e non devo avere timore.

La voce, con un tono aggressivo e quasi punitivo, mi dice che ho bisogno di dormire, per metabolizzare quanto avevo vissuto nella prima toma; in effetti sono molto stanca, ho tanto sonno. Il suo monologo continua, e mi avvisa che non sarà facile questo sonno, perché per comprendere che a volte devo solo essere felice per quello che ho e non volere di più, devo affrontare un cammino difficile e doloroso.

Mi addormento, da qui vedo una serie di immagini, oscene, non le ricordo in maniera nitida. Vedo il palcoscenico di un teatro, immagini che cambiano, volti di uomini misti ad animali che si muovono in continuazione. La situazione è strana, inquietante, ma sono comunque serena, come se non può scalfirmi quanto sto vedendo.

Non ho paura, sto credendo davvero nella medicina, credo ci sia un perché per tutto questo.

Munay canta e suona il tamburo.

Poi un momento molto strano, la stessa voce mi dice che succederà qualcosa di molto brutto, tra novembre e dicembre, nella mia vita privata, collegata in qualche modo al mio fidanzato.

Mi ha parlato in italiano fino ad ora, credo, ma adesso la sua voce è cambiata ancora, più grossa, cattiva, e mi parla in spagnolo. Cado in un sonno profondo, non ricordo bene quello che succede.

Mi sveglio, non so dopo quanto tempo. Mi sento bene, un po’ stordita. Penso sia finito tutto.

Munay smette di suonare, siamo entrambe sedute, l’una di fronte all’altra, e mi chiede come sia stata l’esperienza, se mi va di condividerla con lei per capire insieme il significato di quanto ho vissuto.

Provo a parlare, non riesco, mi viene da piangere. Le dico che non mi sento ancora pronta, in uno spagnolo un po’ rotto perché non riesco ancora a capire cosa sia successo, ad articolare parole e frasi. E’ tutto davvero troppo forte.


Quinta fase

Esco dalla capanna, mi sento bene e penso sia finito tutto. Mi siedo sul prato e guardo le montagne; è tutto così bello, sono serena. Non sento più nessuna voce; ci siamo solo io e la natura che mi abbraccia, con i raggi del sole che sento caldi sulla pelle.

All’improvviso e in maniera totalmente inaspettata rispetto a quello che stavo vivendo dentro, sento un forte momento di malessere fisico. Munay mi cosparge di olio lavanda, e mi dà delle foglie di una pianta da annusare per riprendermi, mi dice che è tutto normale e devo fidarmi, passerà da qui a poco.

Sto male, devo vomitare. Vado in un angolo e mi piego sulle mie gambe. Vomito.

Questa volta non è bello, non è liberatorio come prima, questo fa male, dentro e fuori. Resto accovacciata ad osservare come la terra assorbe il vomito, vedo gli insetti che ci camminano sopra, tanti insetti. No, sono delle enormi formiche in realtà. Riesco a sentire i loro movimenti, come se li stessi facendo io, lenti e stanchi.

Mi stendo sul prato per qualche minuto, poi mi siedo, e metto la testa tra le ginocchia. 

Non riesco a controllare i movimenti, e in maniera totalmente meccanica, le ginocchia mi si stringono forte intorno alle tempie e mi sento al sicuro, sento una connessione con me stessa, una sicurezza mai provata prima.

Capisco che adesso mi sto finalmente perdonando, mi sto amando tantissimo e so come proteggermi. Mi fido di me.

Inizio a sorridere senza motivo.


Sesta fase

Sono passate quasi 7 ore, arriva il driver, io e Munay saliamo in auto. La situazione è ancora confusa, non riesco a capire bene cosa sia successo. Munay mi dà 4 piccole banane da mangiare, ne sbuccio una, ma non riesco a stringere la mano per tenerla ferma. Do un morso, ma non ho fame.

Inizio a guardare fuori dal finestrino queste enormi montagne rosse, le Ande, provo serenità, sorrido, penso a Pasca, a noi insieme, mi sento felice. Guardo ancora il panorama intorno, quelle vette, così rosse, e penso alla battuta che facciamo sempre io e lui su breaking bad, e come nella serie il Messico sia sempre rappresentato con colori caldi, che sembrano gli stessi esatti colori che vedo fuori.

Rido, non sorrido, ma rido.

Non mi sento solo serena, sono felice.

Socchiudo gli occhi in una condizione di pace e li riapro di tanto in tanto per contemplare la meraviglia che c’è fuori dall’auto. Riesco a vedere tutti i piccoli dettagli di ogni montagna, le insenature, le rocce. Ad ogni curva mi sento più vicina a queste montagne immense e mi sento parte di loro, e della natura.

Non riesco a parlare. Sono stanca.


Settima fase

Sono le 15:30 circa, ora sono completamente lucida e piena di energie; ho assorbito tutta la medicina, sento che non è più dentro di me, ma che adesso è parte di me.

Ho lasciato il marcio dietro, sono pronta a vivere il resto della vita guardando il sole, la luce, amando, comprendendo e non chiedendo troppo a me stessa, perché sono una persona nuova, bellissima e sana.

Mi amo.


Dopo la cerimonia: 12 agosto

È passato un giorno e, a posteriori, posso definirla l’esperienza più bella della mia vita, la più forte, inaspettata, travolgente. Mi sento bene, anzi, benissimo.

Non è stato “prendere una sostanza psicotropa”, è stato un viaggio introspettivo molto profondo. È stato accettazione, perdono, consapevolezza. La tanto agognata paura di “rivivere i traumi del passato” è stata spazzata via, perché quello è stato il momento più bello e purificante, non spaventoso, ma doveroso, per poter voltare pagina. Non ho mai avuto paura, mi sono sentita al sicuro in ogni momento, anche quelli più difficili, anche quando Mama Ayahuasca mi ha “punita”, solo farmi capire che devo mollare il colpo, per essere felice.

E mi è servito, tanto. 

Non posso controllare tutto, non posso e non devo pretendere troppo da me stessa in ogni situazione. Ho imparato a perdonare e a perdonarmi, e spero che il fuoco di dolore e rabbia che avevo dentro sia stato veramente spento dalle mie lacrime di liberazione.

Questo potrò scoprirlo solo col tempo, vivendo il resto della vita da una nuova prospettiva, e vedendola con nuovi occhi.

I miei nuovi occhi.

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